Di lavoro faccio il profeta dell’apocalisse.
Il giornalismo ambientale è questo, oggigiorno: si bussa alle varie porte con una ciotola in mano, si offrono pronostici sulla fine del mondo (che tutti ascoltano e tutti ignorano) e ci si rimedia qualche spicciolo (pochi, abbastanza da mangiarci ma non abbastanza da dormirci al caldo).
Per me (economicamente) l’estinzione della classe degli anfibi vale 3 euro lordi, in ritenuta d’acconto.
Capirete che per scrivere un articolo si devono filtrare una dozzina almeno di sciagure, tra cui selezionare quella che piacerà all’editore e/o a googlenews. Capirete che, per quanto possa gratificare il fatto di farlo bene, non è un lavoro da voler fare a tempo pieno. Ci si deprime.
Quando dicono che il lavoro non deve riempirti la vita, non ti spiegano mai come fare ad arrivare a casa e a dimenticare le cose che sai. Qualcuno di voi sa che cosa facesse Giovanni (l’evangelista) nel tempo libero?
Posso essere cinico? Peggio vanno le cose, più il tuo fatturato crescerà…
Scherzi a parte, concordo su un tuo commento precedente, Milano d’inverno deve essere il massimo della depressione! Se ne vedono i segni…
Io ho almeno la consolazione che i dintorni di Londra sono abbastanza verdi da non essere deprimenti per niente!
Ciao, provo a dire la mia su questo tema: il giornalismo ambientale, quello vero, punta a raccontare l’ecologia prima che diventi emergenza (o catastrofe). E’ un giornalismo costruttivo, per il cambiamento, nel quale il racconto del conflitto (anche fra la natura e l’uomo, come nel caso dell’apocalisse della modernità rappresentata dal cambiamento climatico) acquista senso se cambiano i criteri di notiziabilità. Quella del giornalismo ambientale, insomma, è una ricerca che punta a rendere interessanti eventi o fenomeni che in altri contesti non sarebbero notizie. Sul tema del giornalismo catastrofista segnalo comunque uno studio sul “climate porn” uscito quest’estate in Inghilterra che dovrebbe ancora essere su http://www.ippr.org.uk
Marco, il tuo commento e’ molto professionale e riguarda la scrittura di articoli che possano influenzare al meglio il futuro. Il mio problema pero’ e’ che cosa fare dei dati che mi restano in testa.
Non mi preoccupano le notizie di climate porn che leggo su Metro o sul Corriere… sono i papers di Nature che non mi fanno dormire di notte.
A volte, quando mi spremo per trovare un modo costruttivo di dare una notizia, mi sento come un dottore che prescriva antidolorifici ad un malato terminale. Mi manca il distacco professionale, perche’ so che il futuro che racconto agli altri sara’ anche il mio.