Francesco, guardandosi in giro per la stanza, mi ha chiesto: “va bene se la parcheggio di fianco allo stereo?”.
Si riferiva alla lava-moquette industriale, gialla, grande come due televisori e dotata di due metri e mezzo di proboscide lava e aspira. Un coso del genere lo si parcheggia, non lo si “appoggia”.
Lo abbiamo affittato per il fine settimana, noi e un altro italiano che sta per sposarsi e ha appena traslocato nella sua nuova, moquettata, casa olandese. In tutta la città non se ne trovano di lavamoquette in vendita e i commessi dei grandi centri di elettrodomestici nemmeno sanno che esistono.
La volta scorsa, mentre portavo dalla drogheria a casa la lava-moquette, un bimbetto mi ha guardata e ha chiesto alla sua mamma “che cosa fa quella macchina?”. Sua madre non lo sapeva. Una vicina ha detto “serve a lavare i tappeti”. Madre e figlio mi hanno seguito con lo sguardo, come si seguono i cultisti di una religione esotica che si apprestano a compiere un rituale misterico. A occhio e croce avrà avuto 6 anni e potrei scommetterci che vive in un ambiente moquettato.
Lavare le scale è stata la parte più dura. In Italia un lavoro del genere lo farebbero solo in nero, sia per il colore dell’acqua che tira su, sia per la pendenza di 45°, che ti obbligherebbe ad avere l’imbragatura di sicurezza. Francesco mi ha aiutata, ma era cosi’ stanco che si e’ addormentato in piedi, appoggiato al muro, mentre mi reggeva la bestia a meta’ delle scale.
Dopo sei passate (SEI !!!), il metro quadro davanti alla porta finestra del balcone ancora mi derideva, continuando a colorare di nero l’acqua e continuando a sfoggiare una tintarella da far invidia a Gullit.
Gli ho concesso una tregua, ma domattina finiamo di fare i conti, io e il lurido pezzo di stoffa!